Author: Stefano Cianchi

  • «Realizziamo la Costituzione?» – Resoconto # 3

    «Realizziamo la Costituzione?» – Resoconto # 3

    La canicola estiva non ha fermato le attività di Bussola Italia.

    Spinti dal desiderio di Realizzare la Costituzione, il 15 luglio scorso ci siamo ritrovati all’Hambroeus per conoscere un’iniziativa giovane e per fare il punto della situazione sulle attività in corso.

    Francesca Paini ci ha presentato Ri-costituente https://www.ri-costituente.it/ (vedere foto), un’iniziativa di valore civile e di inclusione sociale che ha le sue radici nei giovani, con l’obiettivo di disegnare il futuro del nostro Paese. Ri-Costituente è un laboratorio permanente nel quale ragazzi e ragazze giovanissimi provenienti da tutta Italia scrivono in maniera partecipata una Costituzione Italiana per il 2050 e realizzano un Festival, giunto quest’anno alla sesta edizione, che si tiene in un ~Paese o una città dove è nato o vissuto un componente dell’Assemblea Costituente. 

    Grazie alla testimonianza della nostra ospite Francesca Paini abbiamo gettato le basi per amplificare la voce dei giovani necessaria a definire il futuro del nostro Paese e per coinvolgerli nella nostra iniziativa “Realizziamo la Costituzione?”.

    Marco Bonomi⁩ ci ha guidati nelle possibili attività necessarie ed utili ad ascoltare ed a coinvolgere maggiormente le persone, attuali e nuove, in Bussola Italia. Abbiamo chiaro in mente cosa fare a tale proposito, a partire dal prossimo autunno.

    Tutti insieme abbiamo ripercorso i sette obiettivi che desideriamo raggiungere con l’iniziativa “Realizziamo la Costituzione?” e le relative attività in corso: realizzazione dell’evento “La Costituzione Italiana quale Ambizione comune”; scelta delle parole chiave della Costituzione Italiana; scelta degli indicatori utili a misurare il grado di realizzazione della Costituzione Italiana; mappatura dell’attuale processo di pianificazione e controllo economico-finanziario dello Stato Italiano; stesura dell’indice del rapporto finale; ricerca del/i partner editoriale; dialogo e confronto continuo con esperte/i costituzionalisti.

    Ancora una volta e’ stato molto piacevole e stimolante rivederci, in un contesto dove ci siamo sentiti bene come a casa.

    Arrivederci al più tardi a Settembre per continuare insieme questo viaggio da Cittadini Responsabili.

  • Il referendum é quasi morto. Uccidiamolo del tutto

    Il referendum é quasi morto. Uccidiamolo del tutto

    Potere e contro-potere

    Uno dei princípi organizzativi essenziali delle governance democratiche è il «check and balance», cioè la contrapposizione di interessi fra istituzioni che le obbliga a mediare fino a trovare un punto di equilibrio.
    Nelle democrazie rappresentative il Parlamento è formato da rappresentanti organizzati in partiti. In Italia, c’è anche una specie di limbo, grigio e abbastanza disprezzato, che si chiama «gruppo misto», nel quale confluiscono i rappresentanti che non si riconoscono piú in un partito. Si capisce il disprezzo dei partiti verso questo gruppo solo quando si comprende che i partiti temono l’indipendenza dei rappresentanti.

    I partiti decidono e agiscono e decidono secondo due prioritá:
    – convincere gli elettori a votare i rappresentanti di partito
    – difendere gli interessi comuni agli altri partiti.

    Un esempio di strapotere

    È abbastanza riprovevole che in Italia i partiti insistentemente propongano liste elettorali di nomi che altrimenti non verrebbero votati ed eletti. Tutti i partiti si sono messi d’accordo nell’impostare questo sistema partitico-oligarchico contro gli interessi dei Cittadini e a favore degli interessi collettivi dei partiti.
    Se e vero che il Parlamento è l’istituzione principe e unica dove si approvano i provvedimenti, è anche vero che esiste un potere superiore di ultima istanza: la sovranitá incondizionata dei Cittadini. Questi sono obbligati reciprocamente e solamente alle regole di convivenza del Grande Accordo della Costituzione.

    Qual è il contro-potere da opporre al Parlamento, cioé al potere dei partiti?

    La Costituzione prevede il contro-potere «referendum» esercitato dai Cittadini contro lo strapotere dei partiti. Non sorprende che i partiti abbiano hanno provato a inertizzare la sovranitá dei Cittadini anche tramite l’indebolimento della forza decisionale dei referendum.
    Inn concreto nel 1970 i partiti in Parlamento approvarono la legge 352 che riduceva di molto sia il campo d’azione sia le condizioni di approvazione e esecuzione dei referendum.

    Due esempi di potere senza contro-potere

    Il primo e descritto già qui sopra dove il Parlamento ha ritenuto di potere modificare, riducendola, la costituzionale sovranitá dei Cittadini.
    Nel vedere banalizzata la loro sovranitá, i Cittadini hanno significativamente mugugnato senza peró poter reagire perché i loro stessi partiti di riferimento avevano votato contro l’interesse dei Cittadini.

    Il secondo esempio è la legge 898 del 1970 che regolava il divorzio. Tale legge non piacque affatto ai Cittadini. Ancora una volta i partiti regolavano senza tenere conto dell’opinione dei Cittadini, anzi contro la loro nota opinione.
    L’occasione di ripristinare la sovranitá dei Cittadini venne nel 1974 con il referendum. L’affluenza fu dell’87% e il 60 % circa voto a favore dell’abrogazione. Affluenza e percentuali di si e di no erano la palese dimostrazione che i Cittadini avevano idee diverse da quelle dei partiti dominanti e si fecero sentire.
    Questo referendum dimostrò di essere davvero il contrappeso (check and balance) agli interessi contrapposti e trasversali dei partiti.

    La restaurazione
    Non per questo i partiti abandonarono la speranza di cancellare del tutto la voce indipendente e sovrana dei Cittadini. Ricorsero ad ogni possibile trucco. Al presentarsi di un nuovo referendum, i partiti proponevano leggi per ridurre le condizioni di presentabilitá dei referendum e specialmente di eseguibilitá degli esiti:

    • Dal 1970 in poi, per i rari referendum che riuscivano comunque a passare, il Parlamento emetteva nuove leggi sostitutive di quelle sottoposte a referendum di fatto annullando il senso degli esiti dei referendum.
    • Nei referendum di questi giorni perfino alcune delle piú alte cariche dello Stato suggerivano di non andare a votare. La lo Stato e il Parlamento davvero hanno il diritto di limitare la sovranitá delle persone? In questi giorni is discutete di innalzare le soglie di presentabilitá dei referendum con la scusa che i referendum costano, ma la realtá è che i referendum sono il check and balance su ció che fa il Parlamento. È il terrore dei partiti.
    • I partiti hanno partitizzato i referendum cosí che ciascun referendum e diventata una conferma o una sconfitta dei partiti promotori. Un dualismo quasi perfetto; ora non abbiamo piú solo la Camera e i Senato l’uno la fotocopia dell’altro, a questi si aggiunge anche il referendum che ne triplica la funzione.

    Alibi, scuse e terrore

    La democrazia rappresentativa non é una buona scusa per i partiti di richiamare a sé tutto il potere. Questa sarebbe un’oligarchia partitica, anzi lo è giá.
    Fin dalla fondazione, anche i Costituenti hanno voluto limitare il potere dei partiti imponendo loro il referendum (pesi e contrappesi che consentono la democrazia).
    Certo lo hanno fatto con prudenza, del tutto giustificata dai venti di allora. Ma oggi perfino il presidente della Consulta conferma che l’articolo 75, e con questo il quorum, si puó allentare.

    La lenta eutanasia del referendum. Una proposta-provocazione

    I partiti vogliono mantenere intatto il loro potere, anzi rafforzarlo.

    La mala gestione partitica sui referendum ha condotto all’astensione crescente portando il referendum all’agonia.

    • Ammazziamo definitivamente i referendum, spendendo cosí meno risorse su processi decisionali che non interessano piú nemmeno ai Cittadini stessi.
    • Abroghiamo la legge 352 e allentiamo i vincoli costituzionali. Non solo, pianifichiamo che, in tre date fissate, voteremo tutti su massimo cinque referendum (quelli che hanno ricevuto piú firme).

    In sostanza, tre volte i Cittadini all’anno votano sulle cose (provvedimenti specifici tipo il divorzio) invece che sulle persone (partiti).  

    Ricordiamoci: Il referendum é l’unico contrappeso all’oligarchia partitica.

  • «Realizziamo la Costituzione?» – Resoconto # 2

    «Realizziamo la Costituzione?» – Resoconto # 2

    Resoconto #2
    Nel progetto «Realizziamo la Costituzione?» di Bussola Italia, naturalmente applichiamo il metodo BI, sinteticamente illustrato nel «footer» di tutti i nostri post. Anche in questo
    Nel particolare del resoconto #2 ci concentriamo sulla sezione «visione» in corso di sviluppo.

    La tempesta perfetta
    Bussola Italia propone alla Governance del ~Paese di attrezzarsi per formulare una visione sul futuro del ~Paese e di realizzarla.
    Oggi piú che mai è evidente la necessitá di navigare in una direzione stabile e condivisa, almeno con i compagni di viaggio (es. EU, OCSE, ONU, ecc.).
    Siamo nel mezzo di una tempesta perfetta, di mare incrociato e di raffiche violente in tutte le direzioni.
    Chi alza il mare e spinge il vento?
    La info-tecnologia ha creato numerosissimi nuovi strumenti con una velocitá incongruente con la capacitá di apprendimento di un vastissimo numero di esseri umani.
    La rivoluzione agricola, 10.000 anni fa circa, ha portato l’urbanizzazione, la scrittura ed altre fondamentali invenzioni.
    La rivoluzione industriale, 200 anni fa circa, ha portato macchine capaci di eseguire lavori piú pesanti, piú fini e piú velocemente di quanto possano fare gli uomini.
    La rivoluzione info-tecnologica, 70 anni fa circa, ha portato la capacitá di automatizzare importanti processi decisionali senza l’intervento dell’uomo.
    La rivoluzione dell’Intelligenza artificiale ha iniziato a mostrare i suoi effetti solo 10 anni fa.
    Lo sviluppo della conoscenza accelera a velocitá prima inimmaginabili con potenti impatti sulla struttura socio-economica dell’umanitá.   
    Il passaggio di enormi masse di agricoltori verso le linee di produzione é stato difficile, ma non impossibile. In Occidente ce l’abbiamo fatta, con grandi vantaggi.
    Il passaggio di milioni e milioni di persone dalle linee di montaggio alla societá della conoscenza è ancora in corso con le difficoltá e con gli strappi, anche tragici, del tessuto geo-sociale che vediamo sui media tutti i giorni.
    Questa volta, il passaggio del lavoro dalle mani alla mente si presenta davvero complicato con divari immensi i cui rimedi non abbiamo ancora capito. E senza rimedi, gli strappi socio-economici e perció anche politici si fanno sempre piú pesanti. Anche perché alcuni sciacalli, in pieno stile psico-tirannico-novecentesco, fiutano grandi occasioni per loro e azzannano (leggere: manipolano) i ventri molli dell’umanitá piú debole e non solo.
    Gli strumenti di comunicazione ci hanno consegnato montagne di informazioni in tempi brevissimi; mentre, in gran parte, gli esseri umani non sanno usarle. Non riescono a distinguere le fake news dalle notizie utili.
    Le incertezze provocate anche dall’incapacitá auto-informativa, creano spazi a nuovi psico-despoti violenti capaci di manipolare grandi masse di persone.

    Il rischio piú grande? La Babele della manipolazione
    Gli strumenti di comunicazione ci hanno consegnato montagne di informazioni in tempi brevissimi; mentre, in gran parte, gli esseri umani non sanno usarle. Non riescono a distinguere le fake news dalle notizie utili.
    Le incertezze provocate anche dall’incapacitá auto-informativa, creano spazi a nuovi psico-despoti violenti capaci di manipolare grandi masse di persone.

    Ripristinare la speranza, il sogno, l’unitá e la cooperazione.
    Bisogna tornare con i piedi per terra e ancorarli bene ad un percorso evolutivo positivo, entro un campo di incertezze piú ristretto e agibile.
    Prima di tutto dobbiamo chiederci se lo strumento democrazia è sempre efficace ed efficiente. Se produce benefici addizionali e equamente distribuiti, meglio delle tirannie.
    Per farlo bisogna rileggere la Costituzione e distillarne i contenuti ancora impliciti. Per esempio: la Costituzione contiene una visione per il futuro del ~Paese? 
    È un esercizio che BI ha in corso con risultati confortanti, ma ancora poco noti. Proviamo a rimediare.

    Il metodo di BI funziona
    Bussola Italia ha ereditato dai suoi predecessori, un metodo che aiuta a rendere il futuro piú prevedibile. Giá Lincoln diceva che il metodo piú sicuro di prevedere il futuro é crearlo (con un po’ di campanilismo, la frase pare derivare da un detto italiano medievale).

    1 – Visione
    2 – Traduzione della visione in indicatori/obiettivi misurabili della Qualitá della Vita: BetterLifeIndex/Sdgs (il primo dell’Ocse e il secondo dell’ONU, sovrapponibili)
    3- Competenze
    4 – Pianificazione e organizzazione delle risorse, competenze incluse.
    5 – Checkpoints, feed-back e aggiustamenti che ripassano dal Via! (Punto 1) affinando il percorso.
    Senz’altro il lettore vi riconosce il metodo applicato anche nel NextGenerationEU e IT.

    La prioritá del progetto é la costruzione di una visione per il futuro del ~Paese.
    Il passaggio sulla costruzione della visione è quello da BI piú sollecitato. Abbiamo lavorato con esperti, anche costituzionali, maturando alcune utili conclusioni. Tra di esse anche che la Costituzione Italiana rappresenta ancor oggi un’ambizione comune.
    I successivi passaggi realizzativi (obiettivi di qualitá della vita, competenze, programmi e pianificazione dello ~Stato) sono concettualmente piú semplici da comprendere, ma molto complessi da eseguire. Cominciamo peró a vedere qualche significativo progresso. Vi terremo informati.

    Il programma Bussola Italia impegna una ventina di persone «interne» e altre competenze specialistiche «esterne». L’ambizione è altissima, ma la passione anche. Lo spazio per collaborare è ampio. Se siete interessati contattateci.

    Cari saluti   

  • ASVIS/OCSE Educazione, un anno dopo (2025)

    ASVIS/OCSE Educazione, un anno dopo (2025)


    Nel quadro dell’evento ASVIS 2024, un anno fa, Bussola Italia ha fatto il punto sull’indicatore education (SDG 4) con l’aiuto del Prof. Billari, rettore della Bocconi.
    https://bit.ly/4lP4IyS
    Alla vigilia dell’evento ASVIS 2025, il nostro team EDU ha analizzato il rapporto OCSE sullo stato dell’Educazione 
     https://bit.ly/43WYCpF.
    Qui di seguito, la mesta sintesi sull’immobilismo del sistema educativo in Italia.

    Queste scarne note hanno l’obiettivo di andare oltre il rapporto EDU da noi realizzato e frutto di un serio studio del 2019, poi aggiornato nel 2023, che superato nell’analisi e nei fatti.

    A fronte di quello ci può bastare la sola soddisfazione di aver visto a regime gli interventi che ipotizzavamo come prioritari. È però gravissimo che nulla è cambiato sul piano dei risultati.

    Per ragioni di sintesi e di chiarezza, distingueremo questa breve relazione in tre punti: i dati oggettivi; le modificazioni intervenute nella scuola italiana; i problemi rimasti aperti.

    I dati oggettivi

    Secondo l’Ocse, l’Italia è sotto la media per quanto riguarda la spesa pubblica per l’istruzione (4% del Pil rispetto al 4,9% dei ~Paesi Ocse).

    Nel nostro ~Paese il 20% dei giovani fra i 25 e i 34 anni non completa il ciclo di istruzione secondaria di secondo grado; in area Ocse il dato è al 14%. La traduzione nel dato occupazionale è immediata: solo il 57% dei 25-34enni senza diploma di maturità trova lavoro, a fronte del 69% dei diplomati; peraltro, il 27% della popolazione fra i 25 e i 64 anni non diplomata guadagna la metà o meno del reddito medio. 

    Inoltre l’Italia ha il tasso di laureati più basso tra i paesi Ocse nella fascia d’età compresa tra 24 e 64 anni, con una percentuale pari al 20% rispetto alla media del 40%. La forbice risulta ancora più critica nella fascia 25-34 anni, dove il tasso di laureati è pari al 29%, con un significativo divario di genere (23% uomini, 35% donne), rispetto alla media Ocse del 47%. Nonostante i laureati siano pochi, il mercato del lavoro italiano non sembra in grado di dar loro un’occupazione; i nostri giovani sono in una posizione di svantaggio non solo rispetto ai paesi del Nord Europa, caratterizzati da elevati tassi di occupazione sia dei laureati sia dei diplomati – anche grazie a un forte sistema di formazione tecnica che nel nostro Paese è ancora in una lenta fase di “costruzione” con gli ITS – ma pure rispetto ai paesi dell’Europa meridionale e dell’America Latina. E qui torna il problema dell’Over Education nel caso di laureati in discipline umanistiche e sociali e di mismatch fra le richieste del mercato e l’effettiva formazione.

    Va poi considerato il fenomeno della “fuga dei cervelli” all’estero, che sottrae risorse al sistema Italia e che contribuisce alla mancanza di laureati in discipline STEM. Con 5.9 milioni di italiani che ora vivono stabilmente fuori dal Paese (ultimo rapporto Censis, 2023), pari al 10.1% dei residenti, l’Italia si conferma come un Paese di emigrazione; ma ciò che è preoccupante è che il 44% è costituito da giovani tra i 18 e i 34 anni (secondo Istat 2024, sono 377.000 i giovani che si sono trasferiti all’estero nell’ultimo decennio, di cui 46.785 nel solo 2024, con destinazione Regno Unito, Germania, Francia e Svizzera).

    Peraltro il dato dei laureati conferma che l’istruzione in Italia ha rinunciato a rappresentare un ascensore sociale: i figli di genitori non laureati hanno una minor probabilità di conseguire il titolo rispetto a coloro che hanno uno o entrambi i genitori laureati: infatti la media di laureati del 29,2% sale a 68.7% se almeno un genitore è laureato e scende al 23.7% se i genitori non lo sono.

    In relazione ai test INVALSI, che tutti abbiamo potuto analizzare tramite i media, ciò che è più evidente (anche a fronte di un miglioramento del dato della dispersione scolastica esplicita passata dal 13% del 2019 al 9.4% del 2024), è la forte disparità  territoriale tra Nord e Sud, tra Regioni e Province; un sistema iniquo, incapace di recuperare i livelli minimi e di fare promozione dei livelli di eccellenza, che in letteratura internazionale sono chiamati “gifted”; differenze notevoli tra i macro-indirizzi, cioè tra Licei, Tecnici e Professionali.

    Gli apprendimenti restano fragili e alimentano la dispersione scolastica “implicita”, per la quale i ragazzi escono con un titolo di scuola media superiore, ma sono privi delle competenze che quel titolo teoricamente assegna loro. 

    Le modificazioni intervenute nella scuola italiana

    Ciò che riportiamo è ciò che è stato normato dal MIM (Ministero dell’Istruzione e del Merito) negli ultimi due anni; dati ed indicatori di efficacia delle azioni intraprese non sono ancora disponibili, così come non si conoscono le effettive azioni realizzate (o non realizzate!) dalle singole scuole.

    Tre le emergenze che segnalavamo nel report precedente:

    • la mancanza di un percorso di digitalizzazione della scuola, sia in termini di strumentazione, sia di formazione del personale docente;
    • l’assenza di un serio progetto di orientamento a partire dalla Secondaria di I Grado;
    • la riforma dell’istruzione tecnica.

    E altrettante le azioni realizzate dal MIM:

    • vincolante, per le scuole secondarie di I e II Grado, la realizzazione di un percorso di Educazione civica che induca prima una alfabetizzazione e poi una competenza digitale; in parallelo sono stati finanziati sia l’acquisto di materiali informatici (ogni scuola ha almeno un laboratorio di informatica, indispensabile per lo svolgimento dei test NVALSI), sia la formazione docenti;
    • obbligatoria, per le scuole secondarie di II Grado e, da settembre 2025, anche per quelle di I Grado, la progettazione di un percorso orientante alla realtà successiva (universitaria o di lavoro) dal primo al quinto anno di corso; il modello di orientamento, gli strumenti e i risultati andrebbero (!) versati da ogni singola scuola su un sito ministeriale; formazione a distanza del personale della scuola, nell’estate 2023, per la progettazione e la gestione delle azioni di orientamento; istituzione della piattaforma ministeriale UNICA, un portfolio digitale in cui la scuola e il singolo studente della Secondaria di II Grado versa ogni risultato ed esperienza realizzata dal terzo anno di corso e le skills via via maturate; come epilogo UNICA offre ipotesi di orientamento e le specifiche caratteristiche di ogni corso e ateneo universitario o post diploma;
    • riformulazione degli ITIS e potenziamento degli ITS; come è noto, il MIM ha avviato una riforma degli istituti tecnici (per ora sperimentale e circoscritta a pochi casi) di 4+2 anni, con una contrazione da 5 a 4 anni della Secondaria tecnica di II Grado e l’inserimento in Istituto Tecnico Superiore, della durata di due anni. Tale riforma, per quanto embrionale, dice di una riflessione sull’istruzione tecnica tanto auspicata.

    I problemi rimasti aperti

    Diversamente da quanto si prospettava nel nostro report precedente, i problemi della scuola italiana che ancora tanto impattano sul suo mal funzionamento e sugli esiti sconfortanti temiamo non siano più risolvibili all’interno del sistema, ma siano di natura più squisitamente politica. Nel dettaglio:

    • la retribuzione del personale docente – secondo gli ultimi dati OCSE disponibili – 31.320 euro in Italia, 300 media OCSE (in particolare: 47.250 Germania; 37.080 Francia; 33.030 Spagna);
    • le ore di lavoro/docente, che contribuiscono alla percezione di un lavoro part time; secondo la fonte MIM: 626 ore annue in Italia, 706 media OCSE (+ 13%);
    • la mancanza di seri corsi di formazione alla professionalità docente (i corsi abilitanti messi in campo negli ultimi due anni mirano a certificare in tempi strettissimi – due mesi! – l’acquisizione di Crediti Formativi, riuscendo addirittura a superare il tirocinio diretto presso una scuola con un tutor dedicato);
    • il continuo incremento di studenti con cittadinanza non italiana; dati MIM: nel 2022/2023, 914.860, pari all’11,2% del totale, di cui il 44.4% di origine europea; il 27.2% di origine africana, il 20.3% di origine asiatica. A questi va aggiunto un numero imprecisato di studenti italiani che in casa frequenta una lingua non italiana, inseriti in una comunità di riferimento del Paese d’origine e, dunque, con una frequentazione poco assidua della lingua italiana;
    • l’importante divario negli esiti INVALSI fra Nord e Sud del Paese.

    Mentre i primi tre punti, solo parzialmente di natura economica, dicono della necessità di una ridefinizione della figura docente, i restanti impattano immediatamente sul sistema scuola,  ma la loro soluzione chiede da un lato un’importante riforma dei curricoli, dall’altro un ingente finanziamento.

    Due sono le azioni che riteniamo imprescindibili per attivare un miglioramento:

    • l’inserimento, a partire dalla scuola Primaria, di un congruo numero di mediatori linguistici e di insegnanti di Italiano per stranieri; stiamo infatti scaricando sugli insegnanti della scuola Primaria e poi della Secondaria di I Grado l’onere di gestire delle classi in cui la mancanza di omogeneità della lingua madre degli allievi rallenta a dismisura i processi di apprendimento della collettività. Sarebbe poi un grave errore ritenere gli studenti non italiani “fragili” in tutti gli ambiti: è noto come quelli di origine asiatica siano dotati di competenze logico-matematiche notevoli; così come la competenza in lingua Inglese è talvolta piuttosto sviluppata negli allievi non italiani;
    • l’attivazione di classi per livello dalla scuola Primaria alla Secondaria di II Grado, sistema che finalmente realizzerebbe il superamento della logica del contenuto per inaugurare una scuola per competenze. La classe per livello avrebbe l’immediata opportunità di gestire le fragilità in un contesto meno numeroso e di attivare strategie per l’apprendimento dedicate e, d’altro canto, di coltivare le eccellenze che la scuola italiana, allo stesso modo delle fragilità, lascia indietro. Non si tratterebbe di creare classi di serie A e altre di serie D ma di individuare, in ogni classe, per le diverse discipline, i livelli di competenza da potenziare.

    Uno dei problemi della scuola Secondaria di I Grado è l’essere diventata una scuola dell’obbligo in cui tutti devono essere promossi: non più un contesto di apprendimento  dove si fornisce una sicura alfabetizzazione nelle discipline principali (Italiano, Matematica, Inglese), ma una scuola del fare altro, dove i laboratori esperienziali sono incentrati sull’acquisizione di competenze utili a risolvere compiti di realtà lontani dai contenuti umanistici e scientifici delle discipline. Una scuola dove le fragilità non vengono sollecitate  e i più capaci vivono di una rendita, per lo più familiare, che permette loro il non impegno.

    Ovviamente una classe per livelli imporrebbe ai docenti la preparazione di almeno tre verifiche diverse per ogni prova ma darebbe ad ognuno la possibilità di misurarsi con le proprie abilità pregresse e di migliorarle; infatti, nella prima fase dell’auspicata riforma, il gruppo classe rimarrebbe inalterato, nonostante i diversi livelli al suo interno; diversamente, una riforma successiva e più radicale porterebbe ad uno smembramento anche del gruppo classe e all’instaurarsi di un sistema basato unicamente sui livelli.

    Una rivoluzione  pensiamo non più rimandabile se si vuole effettivamente agire sui profondi divari attualmente presenti sia nelle singole classi sia in territori diversi, a cui dovrebbero allinearsi anche i libri di testo, ristrutturati per fasce di livello (recupero, consolidamento, potenziamento).

  • Un tagliandone per la democrazia

    Un tagliandone per la democrazia

    Da tempo Bussola Italia sostiene che la Democrazia ha bisogno di un tagliandone. Fenomeno molto piú visibile oggi di quanto non fosse nel 2020.

    L’analogia con la meccanica è perfettamente calzante. Di tanto in tanto portiamo i nostri veicoli, tutti potenzialmente pericolosi, a fare un tagliando. Facciamo sostituire le parti usurate come le gomme, le pastiglie dei freni e cambiamo i liquidi come l’olio motore e perfino il lavavetro. Cose che con l’uso degradano rendendo piú pericolosa la guida.
    Non abbiamo comprato una macchina nuova né abbiamo modificato quella vecchia. Abbiamo fatto la manutenzione.

    Per questo Bussola Italia ha lanciato il progetto «Realizziamo la Costituzione?».

    Tempo addietro, Domenico Zaccone [i] chiese a Mario Monti se un tale progetto potesse avere senso, la risposta fu come al solito iconica: «Finalmente uno che vuole realizzare la Costituzione invece di cambiarla!».

    Da allora, una ventina di associati a Bussola Italia ha sviluppato varie sezioni del progetto confrontandosi in vari incontri di armonizzazione dei lavori, anche con specialisti di varie discipline fra i quali importanti costituzionalisti.

    L’ultimo di questi incontri si é svolto il 20 Marzo scorso per consolidare i risultati intermedi. Finora BI ha lavorato evitando di distribuire notizie incomplete e passibili di interpretazioni azzardate e controproducenti. È allo studio un evento di informazione e comunicazione da tenersi prima della pausa estiva.

    Certo, i quesiti ancora aperti sono molti.

    Per esempio, l’analogia motoristica diverge dalla realtá della governance. Infatti la regolamentazione sui veicoli ci obbliga alla «revisione periodica». Questa non  misura la correttezza delle procedure eseguite dai manutentori, misura gli effetti della buona manutenzione quali l’efficacia dei freni e le emissioni tossiche.
    Le democrazie, la nostra in particolare, hanno gli strumenti per la revisione, ma sono a nostro avviso usati in modo piuttosto insoddisfacente. Si tratta dei processi di pianificazione e revisione del programma pluriennale. Su questo sta lavorando un team dedicato.

    Prima della pausa estiva, probabilmente pubblicheremo sul nostro sito quanto sviluppato fino ad oggi e quanto ancora dobbiamo sviluppare.
    Per coloro che avranno il desiderio di partecipare al progetto e hanno le giuste competenze, prima di tutto gestionali, c’è grande spazio (e accoglienza). Scrivete a segreteria@bussoliaitalia.it o anche a coordinatore@bussolaitalia.it.

    [i] Coordinatore di Bussola Italia

  • Democrazia vs Tirannia e Destra vs Sinistra

    Democrazia vs Tirannia e Destra vs Sinistra

    Noi Cittadini europei ci apprestiamo a elezioni che produrranno il rinnovamento degli organismi chiave della governance dell’EU: il Parlamento, la leadership e la composizione della Commissione e la leadership del Consiglio.

    Le sfide che l’Europa deve affrontare nei prossimi anni non sono molto note.
    Anche le priorità del nostro Paese sono poco conosciute.
    Ciò è anche dovuto al fatto che i partiti italiani sono molto asimmetricamente concentrati sulla loro battaglia elettorale permanente; quindi le priorità del Paese passano in un lontano secondo piano e quelle europee in un terzo ancora più lontano livello di attenzione.

    La semplice elencazione delle priorità del Paese è cruciale per riaccendere l’interesse dei Cittadini che, esclusi dalla governance, si sentono manovrati e usati per appoggiare gli interessi di altri. Ancora più utile sarebbe costruire una visione per il Paese, che al momento è ancora un’utopia.

    Sebbene la governance italiana finga di non essere parte della rete socio-economica dei Paesi europei, non può ignorare che alcune (molte) priorità locali corrispondono a quelle europee. Non solo, anche la capacità del singolo Paese, nell’affrontare le sue proprie priorità, dipende dalla collaborazione con gli altri Paesi europei.

    In questo contesto, non particolarmente favorevole, sentiamo l’obbligo civico di provare a raccogliere dagli esperti della materia, le priorità europee e di elencarle.
    Ovviamente, non vi è intenzione di proporre noi stessi come «esperti della materia». Riteniamo però che la governance europea debba predisporre e rendere pubblico un documento «sfide e priorità». In assenza del quale, non ci accontentiamo di richiederlo e metterci in attesa. Traendo ispirazione dal metodo «The Federalist», più pragmaticamente e provocatoriamente avviamo il processo di condivisione di una bozza iniziale del documento «sfide e priorità». Speriamo così di stimolare tutti, esperti inclusi, a contribuire a formare tale documento e condividerlo.
    Chiediamo ai lettori di partecipare attivamente ad aggiustare le lista che segue.

    Sfide europee – fattori socio-economici

    Difesa comune.

    La guerra ai nostri confini è certamente uno stimolo concreto a prendere una decisione in merito. Il tema confini è ovviamente al centro di questa sfida. Inoltre molto infastidisce lo spreco intrinseco nell’avere strumenti diversi da Paese a Paese. Non è mai troppo tardi per prendere atto dell’inefficacia, della inefficienza e della debole innovazione che deriva dal frazionamento degli investimenti e della spesa corrente nella difesa.

    Energia

    I conflitti e lo stato dell’ambiente forzano a cambiare il sistema di produzione e distribuzione dell’energia. Servono innovazione, tecnologia e armonizzazione per fare fronte ai consumi di energia che crescono di pari passo col miglioramento della qualità della vita.

    Ricerca, innovazione e tecnologia (capitale di conoscenza)

    Il Mondo ha sviluppato giganti tecnologici con bilanci più grandi di quelli della maggior parte degli Stati del Mondo. Il rischio del monopolio della conoscenza è altissimo.
    Fenomeno che si somma alla competizione con Paesi ormai molto più attrezzati di ciascun singolo nano-stato europeo. La corsa al silicio e al software è quasi irrimediabilmente persa dall’Europa.

    Unione bancaria.

    Non ostante i grandi passi in avanti, il sistema bancario dei singoli Paesi ha dovuto affrontare le sfide finanziarie globali a partire da una ancora notevole frammentazione con disarmonie che diminuiscono l’efficacia.

    Sfide europee – misure obiettivi e stato delle cose

    Esportazione vs volume degli scambi

    Fino ad oggi l’economia europea si è retta sulle esportazioni, sfruttando il vantaggio dell’essere stata al centro dello sviluppo delle conoscenze e delle tecnologie. Quel capitale e quella spinta non reggono più alla competizione globale. I centri di produzione della conoscenza tendono ad essere distribuiti nel Mondo. L’economica europea, prima basata sulle esportazioni, si sta trasformando in un mercato di consumi di prodotti importati. L’Europa deve passare dall’economia dell’esportazione all’economia ad alto volume di scambi. Cosa possibile solo se la sua capacità di produrre conoscenza riprende velocemente il ritmo.

    Reddito pro-capite più elevato

    La misura del successo nella capacità di affrontare queste ed altre sfide si misura, in massima sintesi, in termini di reddito pro-capite. Dagli anni ‘80-‘90 questa misura ha mostrata crescite record in numerosi Stati-non-G7. Sono infatti le economie più avanzate che hanno pompato enormi quantità di denaro e di capitale di conoscenza nei Paesi allora chiamati «terzo mondo»; ora si chiamano economie crescenti. Questo trasferimento ha migliorato la qualità della vita nel Mondo. Allora il fenomeno è stato chiamato globalizzazione incontrollata. Ora che molti Paesi si stanno avvicinando alla qualità della vita europea, si sta manifestando un altro fenomeno erroneamente chiamato «deglobalizzazione», quasi non governato, come è stata la globalizzazione. Dormire sugli allori, cioè smettere di migliorare, è ora più di un rischio, è una realtà misurabile. Il reddito procapite deve aumentare significativamente, per paragone con alcuni Stati, potremmo quasi dire che dovrebbe raddoppiare.

    Demografia

    È una sfida globale, particolarmente minacciosa per i Paesi più sviluppati. È un argomento molto citato, ma con modeste proposte di soluzioni ed approcci. Insomma il problema c’è ma pare che ben pochi possano dire di sapere come procedere; inoltre la politica fugge davanti ai fenomeni dai tempi lunghi. Molte ne sono le ragioni, ad esempio gli effetti, come per l’ambiente, non si percepiscono nell’immediato della pancia degli elettori. I risultati più sconvolgenti si misureranno in un futuro nel quale i partiti non saranno più gli stessi e non saranno più rappresentati dalle stesse persone. Perché dunque preoccuparsene? Risposta ovvia: se non lo facciamo, domani pagheremo il doppio o il triplo, come succede ora per il clima. In teoria eleggiamo i nostri rappresentanti perché affrontino anche questi problemi di lungo periodo, perchè vogliamo bene ai nostri figli e non vogliamo che abbiano una vita peggiore della nostra (cosa particolarmente vera oggi). Ovviamente molti la pensano in modo diverso, come i briganti definiti da C.M.Cipolla. Bisogna prendere atto che in effetti nemmeno ai Cittadini il fenomeno interessa più di tanto. Non ostante gli effetti gli siano fuori scala rispetto agli altri che abbiamo elencato. La consapevolezza sul futuro però aiuta a capire cosa decidiamo oggi per domani.

    Armonizzazione dei sistemi di welfare

    La libera (sperabilmente) circolazione delle persone non significa che i Cittadini sono liberi di visitare turisticamente l’Europa; significa che possono lavorare in Europa. Il tema è perciò quello, ad esempio, di armonizzare il trattamento pensionistico e sanitario. Le migrazioni sono parte di questa enorme sfida che vede l’Europa circondata e immersa in un Mondo dove si vive peggio. Sebbene non sia dovuto risolvere i problemi del Mondo, non possiamo non considerare che il fenomeno potrebbe travolgerci e lo sta già facendo.

    Piano ambiente

    L’Europa si è entusiasticamente lanciata in un ardito piano green. Anche il NGEU sembra intriso di questo entusiasmo. Così come i 17 SDGs vengono presentati come se fossero un unico piano ambientale. L’encomiabile entusiasmo non sempre si concilia con ciò che è socio-economicamente conveniente. Per esempio, il mercato della auto elettriche ha avuto un’enorme accelerazione, ma forse l’Europa ha già perso il treno dell’elettrico e il piano green aiuta la Cina a prendersi il mercato europeo, oltre che a inquinare più di prima. È necessaria una rivisitazione del piano scendendo dal piano delle buone intenzioni a quello più concreto e fattivo delle cose da fare per non rovinare l’ambiente. Sarebbe poi utile rimuovere la «patina ambientale» ai programmi di miglioramento della qualità della vita in tutte le loro articolazioni. Per esempio, aumentare il reddito pro-capite non è uno sforzo ambientale. Così come non lo è l’innovazione o il capitale di conoscenza.     

    Sfide europee – Effetti collaterali

    Progredire sugli aspetti di cui sopra implica anche risolvere alcuni nodi collaterali

    Debito comune.

    Il fabbisogno di finanziamento delle iniziative mirate agli obiettivi citati è sproporzionato rispetto all’attuale 1,5% del PIL EU.

    Il Next Generation EU è un importante esperimento di armonizzazione dei processi decisionali dei Paesi EU. Non solo, è anche un primo passo verso una fiscalità dell’Unione essenziale per affrontare le grandi sfide globali. Non ultima la difesa.

    Qui assistiamo con ampia indifferenza al rischio, concreto, che il NGEU fallisca nei suoi scopi. Se fallisce, falliscono anche i tentativi di realizzare gli obiettivi e di conseguenza l’idea di formare una EU più capace.
    Forse la soluzione più agibile è che il NGEU sia gestito centralmente secondo un criterio di redistribuzione delle competenze di gestione, nello stesso modo con il quale oggi redistribuisce molti miliardi. Concentrare le competenze perchè eseguano meglio, con meno rischi.

    Rappresentanza unitaria nelle istituzioni e organismi globali.

    La competizione fra aree continentali richiede una riforma degli organismi internazionali come ad esempio il G7. Questi non rappresentano più i grandi, oggi dovrebbero probabilmente includere il Giappone, l’India, la Cina e forse altri ancora. Gli Stati EU sono «piccoli», per contare di più dovrebbero aggregarsi. L’EU è al momento la seconda economia (disaggregata) del Mondo; rappresentata nella sua forza, potrebbe ottenere maggiore impatto nelle decisioni globali.

    Sistema decisionale EU

    Il sistema EU, ha un campo di decisioni molto limitato (vedere il modestissimo bilancio europeo), lasciando ai Paesi quasi tutto il potere di decidere. È ovvio che in alcune funzioni, come quelle sopra citate, la frammentazione equivale ad inefficacia ed assenza di spinta socio-economica. Il sistema decisorio corrente, risente di vincoli che potevano essere giustificati all’inizio della formazione dell’Europa, con pochi Stati e appena uscita da una guerra che ancora divideva la fiducia comune dei Cittadini. Ma ora alcuni principi decisionali sono messi in discussione perché assomigliano troppo ai sistemi non-democratici. Per esempio il principio dell’unanimità secondo il quale anche una piccola minoranza ricatta, o semplicemente comanda, un enorme maggioranza.

    ==================

    Gli elementi elencati non riflettono le opinioni dell’autore; sono tratti da articoli e discorsi pubblici di esperti in materia di Europa che si sono espressi ponendosi loro come «scienziati dell’Europa», cioè non hanno esplicitato la loro propensione politica.

    Non esiste, a nostra conoscenza, un contro canto sullo stesso piano.

    Esiste invece una diversa gradazione delle priorità; c’è chi suggerisce che la difesa abbia la priorità assoluta e chi invece pensa che in priorità sia il reddito pro-capite.

    Se questa fosse una realtà misurabile, l’elenco sarebbe buono per tutti, mentre la politica aprirebbe una diversificazione fra le priorità.
    Sarebbe ottima cosa: condividere la consapevolezza delle sfide, definire percorsi politicamente diversi, mirati allo stesso scopo: migliore qualità della vita dei cittadini.

    In questo testo non c’è alcuna pretesa di completezza. Questa è un’occasione per includere altri temi nell’elenco. Chiediamo ai lettori di proporre aggiunte e/o miglioramenti

     

  • La democrazia debole e assediata

    La democrazia debole e assediata

    Una correlazione da spiegare

    I Paesi a reddito-pro-capite (PIL-PC) più alto, in gran parte, hanno scelto la forma di governo democratica.
    Tutti gli altri continuano con l’antichissima forma di governo tribal-tirannica.

    Uno a sette: il conflitto sulla faglia.

    L’enorme sproporzione demografica fra Paesi ricchi-democratici e poveri-tirannici è in crescita.
    I due blocchi, dem vs tir, si scontrano lungo un confine anche geograficamente visibile.

  • Le parole della Costituzione

    Le parole della Costituzione

    In questo post elenchiamo le parole presenti nella Costituzione e che riteniamo richiedano una disambiguazione o meglio una definizione univoca allo scopo di questo sito.
    Ciascuna parola è collegata ad un post di approfondimento.

    • Democrazia
    • Governance
    • Italia
    • La conta delle parole che contano
    • Lavoro
    • Popolo
    • Repubblica
  • Forme retoriche manipolatorie: «whataboutism»

    Forme retoriche manipolatorie: «whataboutism»

    “I Paesi che danno potere ai propri Cittadini, sostengono la proprietà intellettuale, prevengono la corruzione e investono nell’istruzione sono quelle che prosperano davvero” (dal libro: “Perché le nazioni falliscono” di Daron Acemoğlu e James A. Robinson).

    Il premio Nobel 2024 per l’economia è stato assegnato a Daron Acemoğlu e James A. Robinson, autori del libro “Perché le nazioni falliscono”.

    Gli autori, l’economista statunitense Daron Acemoğlu del Massachusetts Institute of Technology e il politologo britannico James A. Robinson dell’Università di Chicago, si interrogano sui possibili fattori responsabili del successo o del fallimento politico ed economico degli Stati. I due autori sostengono che i fattori che entrano in gioco nelle spiegazioni tradizionali, quali per esempio la geografia, il clima, la cultura, la religione o l’abilità dei governanti, siano insufficienti o errati. Esistono infatti località o nazioni che, pur non differenziandosi per questi fattori, presentano tuttavia differenze notevoli nel reddito e nella qualità di vita (per esempio Nogales nel Messico e Nogales negli USA, la Corea del Nord e Corea del Sud, e così via). Acemoğlu e Robinson sostengono che la prosperità e la povertà dipendono dalla qualità delle istituzioni politiche ed economiche le quali possono essere «inclusive» o «estrattive». Le istituzioni «inclusive» favoriscono il coinvolgimento della maggioranza dei cittadini e pertanto, con la crescita economica, favoriscono anche lo sviluppo umano e civile; le istituzioni «estrattive», al contrario, sono finalizzate a “estrarre” rendite a beneficio di una minoranza di privilegiati, l’élite dominante.; quest’ultima tende a frenare l’innovazione soprattutto per frenare le conseguenze della «distruzione creatrice» di Schumpeter. «Oggi le nazioni falliscono perché le loro istituzioni economiche estrattive non creano gli incentivi di cui la popolazione ha bisogno per risparmiare, investire e innovare». Nell’opera vengono riportati numerosi esempi storici a supporto di queste tesi.

    Il libro sottolinea che i Paesi che hanno sostenuto l’iniziativa dei Cittadini, rispettato la proprietà intellettuale, evitato la corruzione e l’oppressione, promosso e valorizzato il coinvolgimento e l’istruzione dei propri Cittadini sono quelli che hanno prosperato.

    In Bussola Italia abbiamo la stessa ambizione: sosteniamo l’iniziativa dei Cittadini, coinvolgiamo i Cittadini, promuoviamo il miglioramento del livello di istruzione dei Cittadini, con metodo e credibili competenze.

  • Le sfide europee

    Le sfide europee

    Noi Cittadini europei ci apprestiamo a elezioni che produrranno il rinnovamento degli organismi chiave della governance dell’EU: il Parlamento, la leadership e la composizione della Commissione e la leadership del Consiglio.

    Le sfide che l’Europa deve affrontare nei prossimi anni non sono molto note.
    Anche le priorità del nostro Paese sono poco conosciute.
    Ciò è anche dovuto al fatto che i partiti italiani sono molto asimmetricamente concentrati sulla loro battaglia elettorale permanente; quindi le priorità del Paese passano in un lontano secondo piano e quelle europee in un terzo ancora più lontano livello di attenzione.

    La semplice elencazione delle priorità del Paese è cruciale per riaccendere l’interesse dei Cittadini che, esclusi dalla governance, si sentono manovrati e usati per appoggiare gli interessi di altri. Ancora più utile sarebbe costruire una visione per il Paese, che al momento è ancora un’utopia.

    Sebbene la governance italiana finga di non essere parte della rete socio-economica dei Paesi europei, non può ignorare che alcune (molte) priorità locali corrispondono a quelle europee. Non solo, anche la capacità del singolo Paese, nell’affrontare le sue proprie priorità, dipende dalla collaborazione con gli altri Paesi europei.

    In questo contesto, non particolarmente favorevole, sentiamo l’obbligo civico di provare a raccogliere dagli esperti della materia, le priorità europee e di elencarle.
    Ovviamente, non vi è intenzione di proporre noi stessi come «esperti della materia». Riteniamo però che la governance europea debba predisporre e rendere pubblico un documento «sfide e priorità». In assenza del quale, non ci accontentiamo di richiederlo e metterci in attesa. Traendo ispirazione dal metodo «The Federalist», più pragmaticamente e provocatoriamente avviamo il processo di condivisione di una bozza iniziale del documento «sfide e priorità». Speriamo così di stimolare tutti, esperti inclusi, a contribuire a formare tale documento e condividerlo.
    Chiediamo ai lettori di partecipare attivamente ad aggiustare le lista che segue.

    Sfide europee – fattori socio-economici

    Difesa comune.

    La guerra ai nostri confini è certamente uno stimolo concreto a prendere una decisione in merito. Il tema confini è ovviamente al centro di questa sfida. Inoltre molto infastidisce lo spreco intrinseco nell’avere strumenti diversi da Paese a Paese. Non è mai troppo tardi per prendere atto dell’inefficacia, della inefficienza e della debole innovazione che deriva dal frazionamento degli investimenti e della spesa corrente nella difesa.

    Energia

    I conflitti e lo stato dell’ambiente forzano a cambiare il sistema di produzione e distribuzione dell’energia. Servono innovazione, tecnologia e armonizzazione per fare fronte ai consumi di energia che crescono di pari passo col miglioramento della qualità della vita.

    Ricerca, innovazione e tecnologia (capitale di conoscenza)

    Il Mondo ha sviluppato giganti tecnologici con bilanci più grandi di quelli della maggior parte degli Stati del Mondo. Il rischio del monopolio della conoscenza è altissimo.
    Fenomeno che si somma alla competizione con Paesi ormai molto più attrezzati di ciascun singolo nano-stato europeo. La corsa al silicio e al software è quasi irrimediabilmente persa dall’Europa.

    Unione bancaria.

    Non ostante i grandi passi in avanti, il sistema bancario dei singoli Paesi ha dovuto affrontare le sfide finanziarie globali a partire da una ancora notevole frammentazione con disarmonie che diminuiscono l’efficacia.

    Sfide europee – misure obiettivi e stato delle cose

    Esportazione vs volume degli scambi

    Fino ad oggi l’economia europea si è retta sulle esportazioni, sfruttando il vantaggio dell’essere stata al centro dello sviluppo delle conoscenze e delle tecnologie. Quel capitale e quella spinta non reggono più alla competizione globale. I centri di produzione della conoscenza tendono ad essere distribuiti nel Mondo. L’economica europea, prima basata sulle esportazioni, si sta trasformando in un mercato di consumi di prodotti importati. L’Europa deve passare dall’economia dell’esportazione all’economia ad alto volume di scambi. Cosa possibile solo se la sua capacità di produrre conoscenza riprende velocemente il ritmo.

    Reddito pro-capite più elevato

    La misura del successo nella capacità di affrontare queste ed altre sfide si misura, in massima sintesi, in termini di reddito pro-capite. Dagli anni ‘80-‘90 questa misura ha mostrata crescite record in numerosi Stati-non-G7. Sono infatti le economie più avanzate che hanno pompato enormi quantità di denaro e di capitale di conoscenza nei Paesi allora chiamati «terzo mondo»; ora si chiamano economie crescenti. Questo trasferimento ha migliorato la qualità della vita nel Mondo. Allora il fenomeno è stato chiamato globalizzazione incontrollata. Ora che molti Paesi si stanno avvicinando alla qualità della vita europea, si sta manifestando un altro fenomeno erroneamente chiamato «deglobalizzazione», quasi non governato, come è stata la globalizzazione. Dormire sugli allori, cioè smettere di migliorare, è ora più di un rischio, è una realtà misurabile. Il reddito procapite deve aumentare significativamente, per paragone con alcuni Stati, potremmo quasi dire che dovrebbe raddoppiare.

    Demografia

    È una sfida globale, particolarmente minacciosa per i Paesi più sviluppati. È un argomento molto citato, ma con modeste proposte di soluzioni ed approcci. Insomma il problema c’è ma pare che ben pochi possano dire di sapere come procedere; inoltre la politica fugge davanti ai fenomeni dai tempi lunghi. Molte ne sono le ragioni, ad esempio gli effetti, come per l’ambiente, non si percepiscono nell’immediato della pancia degli elettori. I risultati più sconvolgenti si misureranno in un futuro nel quale i partiti non saranno più gli stessi e non saranno più rappresentati dalle stesse persone. Perché dunque preoccuparsene? Risposta ovvia: se non lo facciamo, domani pagheremo il doppio o il triplo, come succede ora per il clima. In teoria eleggiamo i nostri rappresentanti perché affrontino anche questi problemi di lungo periodo, perchè vogliamo bene ai nostri figli e non vogliamo che abbiano una vita peggiore della nostra (cosa particolarmente vera oggi). Ovviamente molti la pensano in modo diverso, come i briganti definiti da C.M.Cipolla. Bisogna prendere atto che in effetti nemmeno ai Cittadini il fenomeno interessa più di tanto. Non ostante gli effetti gli siano fuori scala rispetto agli altri che abbiamo elencato. La consapevolezza sul futuro però aiuta a capire cosa decidiamo oggi per domani.

    Armonizzazione dei sistemi di welfare

    La libera (sperabilmente) circolazione delle persone non significa che i Cittadini sono liberi di visitare turisticamente l’Europa; significa che possono lavorare in Europa. Il tema è perciò quello, ad esempio, di armonizzare il trattamento pensionistico e sanitario. Le migrazioni sono parte di questa enorme sfida che vede l’Europa circondata e immersa in un Mondo dove si vive peggio. Sebbene non sia dovuto risolvere i problemi del Mondo, non possiamo non considerare che il fenomeno potrebbe travolgerci e lo sta già facendo.

    Piano ambiente

    L’Europa si è entusiasticamente lanciata in un ardito piano green. Anche il NGEU sembra intriso di questo entusiasmo. Così come i 17 SDGs vengono presentati come se fossero un unico piano ambientale. L’encomiabile entusiasmo non sempre si concilia con ciò che è socio-economicamente conveniente. Per esempio, il mercato della auto elettriche ha avuto un’enorme accelerazione, ma forse l’Europa ha già perso il treno dell’elettrico e il piano green aiuta la Cina a prendersi il mercato europeo, oltre che a inquinare più di prima. È necessaria una rivisitazione del piano scendendo dal piano delle buone intenzioni a quello più concreto e fattivo delle cose da fare per non rovinare l’ambiente. Sarebbe poi utile rimuovere la «patina ambientale» ai programmi di miglioramento della qualità della vita in tutte le loro articolazioni. Per esempio, aumentare il reddito pro-capite non è uno sforzo ambientale. Così come non lo è l’innovazione o il capitale di conoscenza.     

    Sfide europee – Effetti collaterali

    Progredire sugli aspetti di cui sopra implica anche risolvere alcuni nodi collaterali

    Debito comune.

    Il fabbisogno di finanziamento delle iniziative mirate agli obiettivi citati è sproporzionato rispetto all’attuale 1,5% del PIL EU.

    Il Next Generation EU è un importante esperimento di armonizzazione dei processi decisionali dei Paesi EU. Non solo, è anche un primo passo verso una fiscalità dell’Unione essenziale per affrontare le grandi sfide globali. Non ultima la difesa.

    Qui assistiamo con ampia indifferenza al rischio, concreto, che il NGEU fallisca nei suoi scopi. Se fallisce, falliscono anche i tentativi di realizzare gli obiettivi e di conseguenza l’idea di formare una EU più capace.
    Forse la soluzione più agibile è che il NGEU sia gestito centralmente secondo un criterio di redistribuzione delle competenze di gestione, nello stesso modo con il quale oggi redistribuisce molti miliardi. Concentrare le competenze perchè eseguano meglio, con meno rischi.

    Rappresentanza unitaria nelle istituzioni e organismi globali.

    La competizione fra aree continentali richiede una riforma degli organismi internazionali come ad esempio il G7. Questi non rappresentano più i grandi, oggi dovrebbero probabilmente includere il Giappone, l’India, la Cina e forse altri ancora. Gli Stati EU sono «piccoli», per contare di più dovrebbero aggregarsi. L’EU è al momento la seconda economia (disaggregata) del Mondo; rappresentata nella sua forza, potrebbe ottenere maggiore impatto nelle decisioni globali.

    Sistema decisionale EU

    Il sistema EU, ha un campo di decisioni molto limitato (vedere il modestissimo bilancio europeo), lasciando ai Paesi quasi tutto il potere di decidere. È ovvio che in alcune funzioni, come quelle sopra citate, la frammentazione equivale ad inefficacia ed assenza di spinta socio-economica. Il sistema decisorio corrente, risente di vincoli che potevano essere giustificati all’inizio della formazione dell’Europa, con pochi Stati e appena uscita da una guerra che ancora divideva la fiducia comune dei Cittadini. Ma ora alcuni principi decisionali sono messi in discussione perché assomigliano troppo ai sistemi non-democratici. Per esempio il principio dell’unanimità secondo il quale anche una piccola minoranza ricatta, o semplicemente comanda, un enorme maggioranza.

    ==================

    Gli elementi elencati non riflettono le opinioni dell’autore; sono tratti da articoli e discorsi pubblici di esperti in materia di Europa che si sono espressi ponendosi loro come «scienziati dell’Europa», cioè non hanno esplicitato la loro propensione politica.

    Non esiste, a nostra conoscenza, un contro canto sullo stesso piano.

    Esiste invece una diversa gradazione delle priorità; c’è chi suggerisce che la difesa abbia la priorità assoluta e chi invece pensa che in priorità sia il reddito pro-capite.

    Se questa fosse una realtà misurabile, l’elenco sarebbe buono per tutti, mentre la politica aprirebbe una diversificazione fra le priorità.
    Sarebbe ottima cosa: condividere la consapevolezza delle sfide, definire percorsi politicamente diversi, mirati allo stesso scopo: migliore qualità della vita dei cittadini.

    In questo testo non c’è alcuna pretesa di completezza. Questa è un’occasione per includere altri temi nell’elenco. Chiediamo ai lettori di proporre aggiunte e/o miglioramenti